Riardo (Ce)

0
42
views

L’abbinamento acqua/vita è concetto tanto ovvio quanto veritiero. A Riardo ci sono le notissime sorgenti della Ferrarelle per cui, anche se mancano prove specifiche, si può ben ipotizzare che in queste terre ci siano stati insediamenti umani fin dalla preistoria.
Allo stato, le più antiche testimonianze sono costituite da corredi funebri rinvenuti nella necropoli del Palazzone; alcuni kanterosche ornavano latomba della persona di maggior rilievo della tribù sono stati datati al V/VI secolo a.C.. Nei vari vicus che componevano l’odierna Riardo, sono state rinvenute monete, oggetti di terracotta, cippi funerari, colonne di granito, opere di canalizzazioni e vasche per la conserva d’acqua tutte risalenti al periodo repubblicano/imperiale dell’antica Roma. Sebbene oggi non facciano più parte di Riardo, sono appartenute al nostro territorio, almeno fino al basso medio evo, anche le grotte di Seiano, ricadenti nell’omonimo vicus riardese, perimetrate da mura megalitiche, volgarmente dette ciclopiche, risalenti all’incirca al VI/VII secolo a.C., periodo sannita.
In epoca romana, il nostro territorio viene nominato da Vitruvio e da Plinio il vecchio che fanno riferimento alle acque minerali che nel nostro comune hanno le loro sorgenti.
Durante l’età di mezzo, sia il castrum Riardi che le località Pezza Santa Maria e Saiano nonché Scarpati ed Anguillari, rispettivamente vicus e pagus di Riardo, ebbero la stessa sorte del resto del Regno di Napoli subendo le dominazioni dei longobardi, dei normanni, degli svevi, degli angioini e degli aragonesi che si susseguirono nella signoria di Riardo. I riardesi sono giustamente orgogliosi di tre loro antenati che nell’agosto del 1463 tennero dapprima in scacco e poi si fecero beffa del re Ferrante d’Aragona. Questi aveva assediato Riardo perché il suo giovane feudatario, il barone Antonio Cristoforo Gaetani, aveva parteggiato per gli angioini contro la sua ascesa al trono nel regno di Napoli. I riardesi si difesero dal saccheggio strenuamente ma dopo alcuni giorni dovettero capitolare. Tre di essi, però, che tradizione vuole essere stati dotati di forza erculea, asserragliati nel castello, continuavano a precipitare sugli assalitori macigni di ogni grandezza sì che apparivano essere più di tre persone. Il re Ferrante d’Aragona, per evitare sia ulteriori perdite nel suo esercito sia che l’assedio si protraesse troppo a lungo, decise di venire a patti con gli indomiti riardesi promettendo, in cambio della resa, la salvezza della loro vita ed una cospicua somma di danaro. I tre accettarono e dopo aver ritirato la somma di danaro che avevano fatto depositare dinanzi al ponte levatoio, non fidandosi della parola del sovrano, anziché consegnarsi si dileguarono attraverso un passaggio segreto sbucando in località campo Congo e facendo perdere le loro tracce. Tre riardesi, tre, avevano tenuto dapprima in scacco un intero esercito e poi avevano beffato il loro re.
Data memorabile nella storia millenaria di Riardo è la sua elevazione a ducato avvenuta il 20 ottobre 1731 per concessione motu proprio di Carlo VI, imperatore d’Austria nonché re delle Due Sicilie. Feudatario di Riardo era all’epoca Michele Giuseppe Francesco CAFFARO, primo duca di Riardo.
Nel corso del 1800, Riardo ha avuto i suoi carbonari nei gemelli canonici Arcadio e Bonifacio De Nuccio ed i loro nipoti Pietro e Rocco De Nuccio aderirono alla Giovine Italia. Non sono mancati episodi di brigantaggio culminati nel sequestro e successiva uccisione di Pietro De Nuccio e di suo nipote Lucio De Nuccio ad opera della famigerata banda del brigante Fuoco. Riardo ha avuto affiliati alla Legione del Matese, colonna locale a supporto della garibaldina spedizione dei Mille; il personaggio più famoso fu sicuramente Salvatore Piscitelli che combattè nella decisiva Battaglia del Volturno. A ridosso delle terre di Riardo si compivano gli ultimi atti dell’avanzata garibaldina e della ritrovata Unità d’Italia avvenuta a Taverna Catena di Vairano nella mattina del 26 ottobre 1860 a non più di cinque chilometri in linea d’aria dal nostro paese.
Nel corso del ventesimo secolo la storia di Riardo è indissolubilmente legata all’utilizzazione commerciale delle acque della Ferrarelle che ha segnato il destino socio/economico della nostra comunità.

Alcuni storici locali hanno cercato di individuare l’origine del nome del nostro paese.
Secondo il Giusti, il nome è di origine longobarda perché qui abitavano soggetti “liberi” ed altri“semiliberi” ossia, come si diceva in lingua longobarda, “arimanni”ed “aldi”.Attraverso successive metatesi si sarebbe passati dapprima ad “Arialdi” ed infine all’attuale “RIARDO”.
Il Piscitelli, prendendo spunto da una tradizione locale riportata dallo stesso Giusti, ritiene che il nome del nostro paese abbia a che vedere con Annibale, il grande condottiero cartaginese che devastò ed incendio l’agro sidicino nel 217 e nel 211 a.C. così come ci narrano gli storici Tito Livio, Plutarco e Silio Italico. Il nostro paese, quindi, sarebbe stato bruciato una prima volta da Annibale, subito ricostruito dai nostri indomiti avi, bruciato una seconda volta dallo stesso Barcida e questa volta con l’aggiunta di una tremenda minaccia:“Se al mio ritorno ti trovo ancora ricostruito, ti RIARDO”. Il Piscitelli dice che tale tradizione, ovviamente, non va presa alla lettera perché la lingua italiana non esisteva ancora ma che dovremmo comprendere il nucleo di verità che in tale tradizione è racchiuso. In latino “rursus” ed “ardet”significano letteralmente “brucia di nuovo” per cui la contrazione dapprima in “Ruarde” ed infine in “RIARDO” è di facile intuizione.
Le argomentazioni dello Spaziano vanno in tutt’altra direzione. Partendo dal presupposto che molti paesi traggono il loro nome proprio dalle caratteristiche del sito in cui sorgono, “toponimo” significa “nome del luogo”, egli sostiene che il nome del nostro paese derivi dall’unione di due verbi greci, “reo” e “ardo”, letteralmente “scorro” e “zampillo, disseto”, il tutto con chiaro riferimento alle nostre notissime acque minerali già conosciute dagli antichi tanto da essere citate da Vitruvio e da Plinio il Vecchio ed oggi esportate in tutto il mondo sotto il nome di Ferrarelle.
Da ultimo, il Caiazza ha riportato in auge la possibile origine longobarda del nostro toponimo ponendo particolare attenzione al suffisso “ardo” tipico di quel popolo e perciò ipotizzando un Castrum Leardi” o nome similare di qualche sculdascio preposto al governo del nostro castello durante quella dominazione.
Allo stato i primi documenti in cui appare il nome di Riardo sono tutti successivi all’anno mille. Si tratta di bolle papali che delimitano la giurisdizione territoriale del vescovo di Teano, in cui ricadeva, appunto, Riardo, o di documenti relativi ai primi feudatari del nostro paese.
In tutti si legge direttamente “CASTRUM RIARDI”.

Da vedere in Riardo:

Il castello di Riardo nella sua struttura originaria era composto da un piano seminterrato, ancora in gran parte da scoprire, dal piano terra e da ben due piani superiori. Durante lavori di restauro, venne rinvenuta nei pressi dell’ingresso una pietra con la scritta 1122 ma è più che probabile che sulla sommità della collina del nostro paese già in epoca precedente a quella data vi fosse una fortezza seppur con caratteristiche architettoniche più semplici. Infatti le origini del castello di Riardo si fanno risalire ai Longobardi ed esse risalgono alla seconda metà del sec. IX, quando i quattro figli di Landolfo, capostipite della famosa dinastia dei Castaldei, nella contea e poi principato di Capua innalzarono a difesa dello stato, nei punti più strategici, rocche e castelli. Elemento architettonico di particolare interesse è l’enorme finestrone arcuato dal quale è possibile spaziare con lo sguardo fino al mare attraverso la piana del Savone. Altra particolarità è rappresentata dalla torre maestra perché nella sua parte terminale si caratterizza per muri cavi ed infatti al loro interno vi è ricavata una scala che conduce alla sommità del mastio. La zoccolatura a “zampa d’elefante” e la merlatura rivelano nello stile i chiari segni della dominazione angioina.

La chiesa oggi intitolata a San Leonardo è stata diversamente chiamata nel corso dei secoli. Inizialmente, periodo protocristiano IV-V sec. d.C., era chiamata Chiesa di San Paolo anche se la sua consistenza era molto più piccola dell’attuale. Probabilmente corrispondeva alla sola parte absidale perché la sua struttura architettonica si distingue nettamente dal resto della chiesa. L’abside, infatti, è di forma quasi quadrata con volta cosidetta “a crociera” o “a vela” e l’arcata sovrastante il transetto è a tutto sesto, tratto che niente ha a che vedere col resto della chiesa che è in stile gotico/romanico.
Verso la metà del tredicesimo secolo divenne Convento Agostiniano ed intitolata a San Leonardo, santo particolarmente venerato dagli agostiniani. Della struttura conventizia restano:
a) l’adiacente piccolo chiostro, cui si accede da un sopportico con volta “a botte”, con l’immancabile pozzo molto particolare perché incassato in un muro;
b) il retrostante giardino ed una scala che dopo essersi biforcata conduce sia all’attuale casa canonica che, con pendenze ardite, a quelle che erano le celle dei monaci.
Il portale della chiesa è di stile gotico/catalano, volgarmente detto “plataresco”. All’interno si conservano resti di cippi funerari ed una colonna di granito incassata a sostegno di un’arcata, tutto di epoca romana tardo repubblicana ed imperiale. Notevole è la lapide del quinquennale costata ben ventimila sesterzi, unica in marmo tra i cippi funerari coevi rinvenuti in Riardo. Il soffitto ligneo, le finestre e le arcate rivelano i tratti dello stile gotico/romanico. Sotto le arcate vi sono resti di affreschi trecenteschi raffiguranti tra l’altro il volto di Gesù, San Francesco con la sua Regola, Papa Onorio III che tale Regola approvò ed un monaco, forse il reggente del convento che li commissionò. Nella chiesa fanno bella mostra di sé anche tre dipinti contemporanei di un artista locale; vi sono, infatti, una Madonna della Stella ed altri due quadri raffiguranti San Paolo e San Leonardo, tutti del pittore riardese Nicola Maciariello. Di recente, nella chiesa è stato allocato un bellissimo quadro raffigurante San Francesco, antico per datazione e di autore allo stato sconosciuto. Degno di nota, per il cromatismo più unico che raro, è un Cristo nero in croce.

La chiesa madre di Riardo è oggi denominata Santa Maria a Silice ma il suo nome originario era quello di Ave Gratia Plena, ossia chiesa dell’Annunziata. Nell’abside, dove al presente è allocata la statua del Sacro Cuore di Gesù, per secoli aveva campeggiato un quadro della SS Annunziata dapprima spostato nella parete di sinistra ed infine, nel 1929, rimosso anche da lì per far posto ad una statua di Sant’Antonio da Padova.
La chiesa madre custodisce la statua della Madonna della Stella, pregevole opera di scuola napoletana giunta nel paese verso il 1750 e la statua lignea di Sant’Antonio Abate donata dalla duchessa Elena Aldobrandini al popolo di Riardo in occasione della terribile peste del 1656. Al di sotto della navata principale, attraverso una botola non salvata da una ripavimentazione degli anni ’60, si accedeva al “cimitero” dei nostri antenati.

Il Santuario della Madonna della Stella è stato realizzato nel decennio 1952-1962 per ampliare l’antica cappella omonima risalente alla seconda metà del primo millennio d.C. e non più sufficiente ad accogliere tutti i devoti della veneratissima “madre comune” dei riardesi. La cappella custodisce degli affreschi che sono una delle più antiche testimonianze pittoriche dell’intera Terra di Lavoro e sono coevi a quelli della Basilica di Sant’Angelo in Formis ed a quelli di Santa Maria in Grotta a Rongolise. “Frettolosamente definiti bizantini, devono essere più correttamente classificati come affreschi medievali di scuola campana.
Tali affreschi possono essere divisi in tre gruppi per datazione, stile ed autore. I più antichi,fine XI secolo, sono quelli che si trovano sul lato corto della cappella e tra loro spicca la figura del Cristo in gloria. Sulla parete lunga, sono databili al XII secolo tutti quelli che si trovano alla sinistra della Madonna Regina in trono ed il primo alla sua destra. Gli ultimi tre affreschi sono stati realizzati tra la fine del secolo XII e gli inizi del XIII sec. e sono quelli di maggior pregio artistico”.

https://t.me/turismocampania

SEGUICI ANCHE SUL NOSTRO CANALE TELEGRAM

Resta sempre aggiornato su Turismo, Cultura, Eventi