Tufo e le sue miniere di zolfo (Av)

Tufo e le sue miniere di zolfo (Av)

A chi fosse capitata l’avventura di prendere il treno per raggiungere Benevento da Avellino, alzando lo sguardo sulla stazione di Tufo, avrà notato un edificio enorme e di architettura particolare, bello a vedersi. Al centro è sormontato da un arco nero in basalto vesuviano che incornicia un busto di bronzo; la distanza non permette a tutti di intravedere il nome del personaggio raffigurato, né di capire, leggendo, di che edificio si tratta.

Il treno riprenderà la sua corsa verso Benevento e la curiosità suscitata dall’imponente edificio rivelerà al viaggiatore altre costruzioni e anche opere idrauliche sul corso del Sabato, in un tempo ormai passato muovevano macchine da giganti.
Era l’anno 1866, v’erano i briganti o, meglio: quanti scoprivano che i nuovi padroni erano molto peggio dei passati.
Il sig. Francesco Di Marzo, narra una leggenda, vide due pastorelli che davano fuoco ad una pietra.
Il fatto inconsueto lo distrasse dall’amena passeggiata di signore di provincia.
In Francesco il sangue d’imprenditoria fu destato sia dalla vista che dall’odore di quello strano fenomeno: zolfo!
Sceso da cavallo, si rese conto del giacimento, quasi affiorante, che il fiume aveva pazientemente atteso, per milioni d’anni, di rivelare a lui, rodendo l’antico letto marino in cui era contenuto il tesoro.
Era un uomo spiccio, deciso, e immaginò una miniera tenendo in mano una “micca”, – cosi la chiamano i minatori , in italiano si dice ganga – cioé un sasso giallo-grigiastro fatto di zolfo, gesso e argilla.
A lui un mare antico di milioni d’anni aveva dato il destro d’una impresa industriale senza precedenti.
“…da tempi remoti sui pendii della valle del Sabato, in tenimento di Tufo, venivano rinvenuti da pastorelli pietre che al fuoco bruciavano con forte sviluppo di anidride solforosa. Ma nessuno per lungo tempo fece caso e rilevò il fenomeno. Nicola Corgia che, pubblicando nel 1845 una storia delle due Sicilie, dedicò un intero capitolo alla natura geologica del paese degli Irpini e nomina il comune di Tufo soltanto per indicarlo come luogo ove trovansi sedimenti marini con scheletri di pesci e gusci di conchiglie. Ma i fenomeni più sopra accennati, sempre sfuggiti all’ osservazione di tutti, fermarono invece l’attenzione del sig. Francesco Di Marzo (seniore) proprietario di quei luoghi, il quale con regali incoraggiò i pastorelli a ricercare con maggior lena quelle pietre ed identificarne i luoghi di rinvenimento…”.
Il mito sopra esposto, si contrappone ad un altro che vede in Federico Capone di Altavilla lo scopritore delle miniere di zolfo
Infatti, le imprese minerarie furono due sin dall’inizio, due le proprietà, due le fabbriche connesse: la Di Marzo e la Società Anonima Industrie Minerarie (SAIM) ancora parzialmente funzionante.
Queste due famiglie, di nobili origini, fecero il salto dal modello feudale all’imprenditoria moderna.
Tutte e due, nel bene e nel male, hanno contribuito notevolmente a cambiamenti radicali nella valle, anche con un rapporto diretto e personale.
Anche nella Valle del Sabato si respirava aria di Liberalismo dopo un lungo periodo di oscurantismo e isolamento
A Tufo i Di Marzo promossero nel tempo numerose iniziative sociali quali il cinematografo, l’asilo, la società operaia, e con esse nacque anche una nuova coscienza dei diritti e dei doveri, del senso civico e dell’essere Organismo Sociale; con le prime strutture scolastiche si apprendeva e si usciva dall’isolamento culturale e sociale.
Ad Altavilla Federico Capone si dedicava alla scrittura ed effettuava i suoi primi esperimenti aeronautici, mentre tufese fu il primo brevetto depositato all’Ufficio brevetti di Milano e riguardante un innovativo processo di trattamento dello zolfo, completamente diverso da quello sino ad allora impiegato; come pure tufese fu una importante scoperta nel campo della Fisica ed Ingegneria missilistica (si era fra le due guerre) ad opera di Giulio Luongo e il cui brevetto fu anch’esso conservato presso lo stesso Ufficio.

Torniamo al mito, che, al solito, possiede alcune verità.
Il giacimento minerario di zolfo è sulla riva destra del fiume Sabato una zona geologicamente diversissima dalla vicinissima sponda sinistra.
Di qua arenarie, puddinghe dovute all’azione dei fiumi, e qualche blocco di tufo dovuto ad antiche attività vulcaniche, di là il massiccio calcareo dell’Appennino sollevatosi sull’antico mare.
La zona mineraria è ristrettissima quasi come se miliardi di organismi marini avessero eletto un fiordo per la loro vita e morte: millenni e millenni di organismi in decomposizione hanno derivato lo zolfo, secondo un complicato schema chimico-organico, con riduzioni progressive dalle sostanze più complesse. Il sito è quasi equidistante tra la città di Avellino e quella di Benevento e la presenza del fiume (una volta semi-navigabile, visto che i primi macchinari furono portati attraverso di esso) comportava quattro conseguenze:
l’attività estrattiva era avvantaggiato dalla secolare erosione dovuta all’acqua che aveva causato l’affioramento di minerale nella parte alta della collina, il che, oltre a favorirne la scoperta, comportò che i primi lavori di estrazione del minerale avvenissero a cielo aperto;
la possibilità di utilizzare fiume e torrenti affluenti come forza lavoro;permeabilità viaria antica e pre-romana (via Antiqua Maior)
la possibiltà di sfruttare la pendenza dolce per attrezzare i luoghi di una ferrovia a servizio dell’attività estrattiva. La linea ferroviaria fu infatti appaltata, nel 1881, dopo lunghe battaglie parlamentari dell’on. Donato Di Marzo (ovviamente) .

Da notare, per cronaca doverosa, che la sponda sinistra, calcarea, era ed è attraversata da un acquedotto sannita – romano da Serino a Benevento ed ancor oggi vi passa l’acquedotto moderno dell’ARIN.
Il fiume Sabato influisce, tra l’altro, sul clima del paese di Tufo se, come scrive il Giustiniani già nel 1805, ” …vi passa il Sabbato che rende poco sana la di lui aria …”.
É essenziale definire preliminarmente lo spazio geografico che interessa il nostro studio: la media valle del Sabato.
Essa è compresa in parte all’interno della conca di Avellino, ampia e irregolare depressione divisa rispetto al napoletano dal massiccio del Partenio. La forra (gola di erosione stretta e ripida ) di Pratola Serra suddivide ulteriormente questo tratto di valle, distinguendone la prima parte, interna alla conca di Avellino, dalla seconda più impervia ed angusta situata tra Tufo ed Altavilla Irpina. Il fiume fu una grande via di penetrazione tra il Beneventano e il Salernitano sia in età arcaica che nel periodo sannitico (non meno che in quello romano e medioevale) e rappresenta l’elemento di aggregazione di questo ambito territoriale. Un altro percorso naturale si incrocia col Sabato presso la citata forra di Pratola Serra e, tramite i passi di Montemiletto e Torre Le Nocelle, arriva nella media valle del Calore e da qui, per i passi di Mirabella ed Ariano Irpino, permette di raggiungere la Puglia. Altri passi ai margini della conca sono quelli di Monteforte e di Solofra che mettono in comunicazione rispettivamente con l’area Vesuviana e con la costa Salernitana.
Le industrie minerarie irpine erano sottoposte alla legislazione mineraria vigente già al tempo dei Borboni, potevano contare su un grosso numero di braccianti agricoli e su una disciplina di fabbrica selettiva.
Il fatto che la miniera Di Marzo non subì profondi mutamenti, almeno fino alla fine del secolo XX, denota sicuramente una certa compattezza produttiva, propria di una struttura ben funzionante, anche se i suoi esordi furono contrassegnati dalla confusione e dall’approssimazione tecnica.
La scoperta e l’inizio dello sfruttamento di un giacimento di zolfo provocò lo sviluppo di una moderna industria estrattiva in un’area con economia prettamente agricola; un’agricoltura caratterizzata, quasi esclusivamente, dall’autoconsumo.
I problemi di adattamento ad una disciplina di fabbrica e ad un nuovo ambiente di lavoro, da parte di una manodopera di provenienza quasi esclusivamente agricola, sono uno degli aspetti più interessanti del fenomeno “miniera”; essa determinò l’inizio di una nuova era di sviluppo, inducendo una serie di importanti trasformazioni nelle strutture economiche e sociali, nei modi di vita e nell’organizzazione familiare degli abitanti i paesi limitrofi delle miniere.
Le prime assunzioni furono rivolte a minatori di altre parti d’Italia: Abruzzo, Molise, Romagna, mentre la manovalanza era fornita da uomini del posto.
La maggioranza della manodopera impiegata non aveva alcuna qualificazione professionale, essendo composta da ragazzi, donne e manovali. I primi si aggiravano intorno al 50% e le loro mansioni richiedevano solo l’uso della forza fisica.

Per ciò che concerne le retribuzioni, la forma dominante era il salario a giornata, con rari esempi di contratto a cottimo, di tipo moderno, che pare consistesse in una modesta integrazione della paga base che rimaneva a giornata. La retribuzione femminile e minorile era inferiore di circa la metà rispetto a quella maschile.
Il lavoro minorile fu abbandonato con relativa velocità e quello femminile era utilizzato esclusivamente per la insaccatura e per l’immagazzinamento, sfruttando la capacità delle donne meridionali di portare pesi sulla testa in maniera più efficiente che gli uomini.
Questa gente divenne classe operaia senza però mai abbandonare la terra e le tradizioni: venne così fuori una nuova, ibrida figura di lavoratore, il “contadino-operaio” che pur accettando la sicurezza di un lavoro le cui sorti non erano più legate ai cicli di una natura. Una volta a casa, svestiva i panni di operaio per tornare alla terra, pur se a costo di ulteriori grossi sacrifici; a quei tempi si camminava a piedi (solo molto più tardi qualcuno poté permettersi la bicicletta) e si consumava il pasto che le proprie donne portavano, sempre a piedi e rigorosamente a mezzogiorno, nel cesto di vimini, chiamato in vernacolo “cuofono” o “sporta”, abilmente tenuto in equilibrio sulla testa protetta da “a’ sparra” o “turciniello”, ossia un panno attorcigliato posto fra il capo e il cesto per ridurre la fatica.
La cultura contadina era sempre presente anche nel lavoro in miniera a tal punto da chiamare “coltura” la quantità di zolfo estratta in un determinato periodo lavorativo che, in genere, finiva intorno a giugno di ogni anno con la vendita del prodotto raffinato. Inoltre, come è naturale che succedesse, ognuno portava con sé il proprio “know-how” personale derivante dalla precedente attività, contribuendo così a migliorare fattivamente, dall’interno, l’organizzazione dello Stabilimento alla luce della sua esperienza.
Ovvero: si trasferivano nella fabbrica la propria abilità artigiana.
Un esempio tangibile fu il Mulino di trasformazione dello zolfo relativo alla miniera di Tufo e conosciuto a buon titolo con il nome “Mulino-Giardino”: esso era immerso nel verde e completamente integrato nell’ambiente circostante; all’interno della sua cinta muraria vi erano alberi e giardini che rendevano meno pesante il lavoro e l’aria più respirabile.
Era una struttura completamente autosufficiente, una vera e propria cittadella ove lavoravano falegnami, fabbri, meccanici, preparatori di sacchi, elettricisti.
I sacchi ripieni venivano poi pesati e trasportati, all’inizio in spalla o in testa, verso i carri trainati da cavalli, i “traìni” che giungevano dalle Province vicine e dalla Puglia; in seguito il prodotto venne trasportato su rotaia e poi con i primi mezzi motorizzati; la strada ferrata collega tuttora Tufo e Altavilla con Avellino, Benevento, Napoli e Salerno.
Le miniere di zolfo, insieme al polo conciario, divennero le due realtà industriali di punta per la moderna imprenditoria irpina, importanti propulsori per il progresso non solo di Tufo e di Altavilla e dei Comuni limitrofi ma per tutta la provincia e la Campania, dimostrando all’intero Paese di non essere affatto quella appendice passivamente dipendente dal resto della Nazione, ma attirando sin dall’inizio l’interesse di imprenditori e di gruppi bancari fra i più importanti.

Il mercato, inizialmente, interessava i paesi gravitanti intorno a Tufo, per poi ampliarsi notevolmente, investendo un’area che comprendeva tutta la Campania.

L’inizio del 1900 e la ferrovia segnavano un miglioramento del personale, quindi un aumento di produzione considerevole i cui benefici erano, però, totalmente neutralizzati dai sempre maggiori costi derivanti dalla profondità delle escavazioni.
Il mercato tuttavia si espandeva e lo zolfo era richiesto soprattutto per la lotta ai parassiti e alla malattia delle viti.
Il secondo dopoguerra, oltre alle difese sindacali e l’applicazione dei contratti moderni di lavoro, portò con se i germi della crisi, perché c’era la concorrenza dello zolfo americano che veniva estratto a costi competitivi. Per ragioni di inquinamento, poi, le raffinerie di petrolio furono costrette ad estrarre lo zolfo, che, essendo un sottoprodotto della raffinazione del petrolio, si ottenne a costi bassissimi e quindi la concorrenza cominciò ad essere insostenibile.
Dal 1966 in poi, si cominciò ad avvertire la crisi e, a poco a poco, pur potendo ancora sfruttare la miniera, si cominciò a diminuire il lavoro e, per non licenziare nessuno, la produzione calò gradualmente; man mano che il personale andava in pensione non veniva rimpiazzato.
Le miniere di Tufo hanno conservato un’attività di rilievo fino agli inizi degli anni ’60 e l’estrazione è continuata fino al 1972. La miniera aveva occupato, quando si lavorava a regime, quasi trecento operai; si scese gradualmente a settanta e poi chiuse con sette operai, nel 1983.
Lo shock per i paesi che ne avevano derivato economia fu enorme. I Paesi di Tufo, Chianche, Petruro Irpino, Torrioni, si sono più che dimezzati dal punto di vista degli abitanti, hanno quasi completamente perso la borghesia commerciale e professionale.
“…la concessione di questa miniera abbraccia 29 ettari di superficie che comprende la parte orientale del giacimento accertato, vale a dire la sua parte più alta ed affiorante. Il sotterraneo e distino in quattro sezioni intercomunicanti che possono farsi corrispondere ad altrettanti livelli : sezione Ribasso o primo livello (185 s/m); sezione Sentinella o secondo livello (159 s/m); sezione Riscossa o terzo livello (146 s/m); sezione Massimo o quarto livello (128 s/m). Nel suo complesso sotterraneo comprende quasi 3 chilometri di gallerie tutte armate in legname. Le prime due sezioni sono dotate di piano inclinato d’estrazione lungo circa duecento metri con una pendenza di circa il 20%. L’estrazione si esegue con argano elettrico di circa 18 Hp. Le sezioni Riscossa e Massimo sono servite da un altro piano inclinato di estrazione e tra questi due piani inclinati è compresa la galleria ribasso destinata al transito degli operai per una lunghezza di 270 metri circa: a metà del suo percorso essa si innesta ai cantieri della sezione Riscossa…”
Con largo anticipo sui tempi, i Di Marzo immaginarono una fabbrica fordista. La linea di produzione era costruita a ritroso sul corso del fiume e quindi sull’asse stradale. Le gallerie erano all’estremità iniziale, verso Benevento, i magazzini dall’altro lato, verso Avellino.
Le fasi erano queste:
estrazione e prima frantumazione del materiale alla moliturae aspirazione dello zolfoe avvio della merce allo scalo ferroviario interno
Quindi i luoghi d’interesse sono tre:
le miniere vere e proprie con le gallerie e le strutture di servizio complesso del mulino e del magazzino – uffici detto il Mulino Giardinofiume e le opere idrauliche di servizio all’attività mineraria
Tra tutte, come detto, un opera straordinaria, il mulino giardino, emerge per bellezza e spettacolarità. Il complesso minerario è stato dismesso nel 1983, si tenta di riutilizzare gli edifici rimasti in piedi in un discorso di valorizzazione dell’area e di salvaguardia della memoria storica

Il Mulino Giardino costituisce il fulcro della miniera Di Marzo.
È stato già progettato per essere un monumento ed una fabbrica.

Per leggere il monumento dobbiamo partite dal suo centro e dall’alto:
un arco trionfale celebra lo scopritore delle miniere, Francesco Di Marzo;
al di sotto un cartiglio ricorda l’impresa
sotto il cartiglio un riquadro realizzato con pietre di materiale sulfureo ricordano l’attività per cui è nato l’edificiola parte centrale ha un bugnato di pietra lavica del Vesuvio e ricorda l’origine della famiglia Di Marzo da San Paolo Belsito da cui emigra in occasione della grande peste del ‘600lato superiore destro è sormontato da una torre ottagona che funge da osservatorio, la torre ricorda l’adesione alla massoneria e agli ideali liberaliinterni del lato destro erano finemente arredati con una balconata imponente e una parte era riservata ad archivio, ufficio del personale, ufficio ordini; ’ altra ala era, nella parte superiore, abitazione dell’ingegnere minerario e rappresentava quindi il dovuto tributo alla tecnica e al potere conseguente.
La fabbrica segue un concetto lineare, dalla mulinatura e la raffinazione – operata in edifici altrettanto belli ed adiacenti al mulino giardino – senza soluzione di continuità, con un sistema di trasporto interno ad aria e con carrelli, si arrivava al centro del mulino giardino. Lì le tramogge versavano lo zolfo nei sacchi da immagazzinare.
Sui lati (ovvero sotto l’abitazione dell’ingegnere e sotto gli uffici) veniva immagazzinato lo zolfo pronto alla spedizione, su strada o ferrovia.

Bisogna attendere l’era contemporanea per trovare altri esempi di architettura industriale moderna e un concetto moderno di locus produttivo a misura d’uomo e di ambiente, quale la Olivetti di Ivrea.
Secondo G.E.RUBINO ( autore de la “Cultura Industriale”) l’industria ha tardato – e ancora cresce con andamento lento nel Meridione- per mancanza innanzitutto della Cultura di ciò che egli chiama “Rischio d’Impresa”. Per RUBINO vi è infatti una stretta interdipendenza fra manufatti e territorio; da cui la necessità integrata di tutela del binomio manufatto-territorio.

La miniera Di Marzo è come una parabola del processo visto sin qui, ovvero: come nel corso dei secoli sia avvenuto un graduale processo di transizione da un sistema di produzione feudale a quello capitalistico, col risultato di una crescita demografia, accumulo di capitali e passaggio di forza lavoro dall’agricoltura e dall’artigianato alla protoindustria e poi all’industria;

Nel complesso panorama irpino la realtà mineraria di Tufo e di Altavilla ha rappresentato per oltre un secolo e mezzo una nuova certezza proiettando i luoghi della valle del Sabato in una modernità produttiva e culturale; in tale contesto storico e fra gli echi degli avvenimenti nazionale ed europei, oltre a quelli prettamente locali, si costruiva come si è visto, la linea ferroviaria e si migliorava la viabilità, non solo per il lavoro nei due opifici, ma anche perché la gente potesse uscire dall’isolamento sociale e rendersi maggiormente partecipe e consapevole di ciò che si svolgeva intorno a sé.
Bisogna anche dire, però, che accanto agli aspetti positivi dati dai due stabilimenti minerari irpini ve ne sono altri negativi, conseguenti alla loro definitiva chiusura (avvenuta per quello di Tufo intorno alla metà degli anni ’80 del novecento) e causati da una sorta di dipendenza, di rassegnazione, di assuefazione e non reattività dopo il lungo periodo di benessere da essi rappresentato; tale stato di cose si palesa e si accentua con la loro mancata conversione in altro, ponendo così le ragioni per un ulteriore pesante flusso migratorio dalla Valle del Sabato che si avvia a cavallo fra gli anni ’70-’80 ed è aggravato dal sisma del 23 novembre 1980 e che si svolge, come sempre, con le stesse tristi modalità di impoverimento dei territori.
Il Greco di Tufo, ovvero la solita tradizione antica, ha costituito prima una difesa, poi una speranza ed ora un’opportunità d’inversione di tendenza.

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